40 (4.5) Sistema gestione cronicità

La domanda sanitaria, sempre più condizionata dall’aumento dell’incidenza e della prevalenza delle malattie croniche, e i moderni sistemi sanitari si basano su approcci e interventi specialistico –
settoriali che prevedono che ogni soggetto erogatore (MMG, PLS, specialisti, ospedali, ecc.) sia specializzato nel fornire assistenza per diversi gradi di complessità clinico-assistenziale.
Nel tempo tale approccio gestionale si è dimostrato inadeguato per conseguire i risultati di salute attesi soprattutto nei pazienti con malattia cronica. La gestione della cronicità richiede infatti la
compartecipazione di professionalità diverse e complementari, il coordinamento tra i contributi dei diversi servizi e professionisti, la garanzia di una continuità delle cure e la responsabilizzazione dei diversi attori che intervengono nel processo di cura, compreso il paziente stesso.

La definizione dei singoli percorsi, si realizza per:
–  identificare la più appropriata sequenza di azioni assistenziali (valutazione aderenza alla terapia, educazione ai corretti stili di vita e al self-care) da attuare per conseguire i migliori
obiettivi di salute in relazione alle diverse fasi di malattia;
–  assicurare un’organizzazione coordinata e integrata dei diversi livelli e degli atti assistenziali;
–  promuovere un approccio integrato nella gestione assistenziale del paziente con patologia cronica attraverso la condivisione di percorsi, protocolli e informazioni in linea con la
dimensione informativa, relazionale e gestionale della continuità assistenziale;
–  superare le logiche prestazionali e promuovere quelle della progettazione e dell’organizzazione dei processi di assistenza, attraverso la messa in atto di interventi proattivi, a partire dalla prescrizione medica e uniformare gli interventi tenendo conto dei diversi contesti organizzativi presenti;
– ottimizzare la cura attraverso l’applicazione di linee guida e l’approccio assistenziale evidence-based;
–  misurare e valutare l’intero processo di cura, identificando gli ambiti di miglioramento;
–  contribuire ad affermare per le patologie croniche nell’adulto il modello assistenziale della gestione integrata che pone al centro dell’intero sistema di cura un paziente informato ed
educato;
–  supportare il paziente a svolgere un ruolo attivo nella gestione della malattia, promuovendone la prevenzione, l’auto-monitoraggio e l’autonomia decisionale attraverso
l’addestramento da parte di personale infermieristico adeguatamente formato;
–  ridurre e prevenire l’evoluzione della malattia tramite la conoscenza da parte del paziente dei fattori di rischio;
–  definire gli standard assistenziali;
–  registrare i dati su apposite schede informatizzate ai fini del monitoraggio e della valutazione dell’intervento.

(4.5.1) RSA, lungodegenze ed hospices.
Condizioni non di urgenza ospedaliera, con necessita’ di terapie continue o di un’assistenza continua.

I cittadini lamentano:
– costi eccessivi delle rette, considerata la ridotta compartecipazione della Regione oltre alla revisione del calcolo ISEE (2014)
– lunghezza liste di attesa per il ricovero in struttura
– scarsa assistenza medico/infermieristica

MODELLO GENERALE DI RIFERIMENTO: Il Chronic Care Model

Il Chronic Care Model (CCM), sviluppato in collaborazione tra il MacColl Center for Healthcare Innovation ed il Group Health Research Institute (1990), è un modello di assistenza medica dei pazienti affetti da malattie croniche.
Il modello propone un approccio multidisciplinare e multiprofessionale, basato sull’evidenza clinica, e volto a favorire il miglioramento della condizione dei malati cronici suggerendo un approccio “proattivo” tra il personale sanitario e i pazienti stessi, in modo che questi ultimi diventino parte integrante del processo assistenziale.

Le direttive del CCM in sintesi:
1. Le risorse della comunità.
Per migliorare l’assistenza ai pazienti cronici le organizzazioni sanitarie devono stabilire solidi collegamenti con le risorse della comunità: gruppi di volontariato, gruppi di auto aiuto, centri per anziani autogestiti.
2. Le organizzazioni sanitarie.
Una nuova gestione delle malattie croniche dovrebbe entrare a far parte delle priorità degli erogatori e dei finanziatori dell’assistenza sanitaria. Se ciò non avviene difficilmente saranno introdotte innovazioni nei processi assistenziali e ancora più difficilmente sarà premiata la qualità dell’assistenza.
3. Il supporto all’auto-cura.
Nelle malattie croniche il paziente diventa il protagonista attivo dei processi assistenziali. La gestione di queste malattie può essere insegnata alla maggior parte dei pazienti.
4. L’organizzazione del team.
La struttura del team assistenziale (MMG, infermiere, ecc.) deve essere modificata, separando l’assistenza ai pazienti acuti dalla gestione programmata ai pazienti cronici. Il MMG tratta i pazienti acuti, interviene nei casi cronici complicati,. l’infermiere è formato per supportare l’auto-cura dei pazienti ed assicurare la programmazione e lo svolgimento del follow-up dei pazienti. La visita programmata è uno degli aspetti più significativi della nuova organizzazione.
5. Il supporto alle decisioni.
L’adozione di linee guida basate sull’evidenza forniscono gli standard per fornire un’assistenza ottimale ai pazienti cronici.
6. I sistemi informativi.
I sistemi informativi computerizzati svolgono tre importanti funzioni:
– come sistema di allerta che aiuta i team delle cure primarie ad attenersi alle linee-guida;
– come feedback per i medici, mostrando i loro livelli di performance nei confronti degli indicatori delle malattie croniche, come i livelli di
emoglobina A1c e di lipidi;
– come registri di patologia per pianificare la cura individuale dei pazienti.
L’ integrazione tra la medicina territoriale e quella ospedaliera comporta la spinta allo sviluppo e potenziamento delle attività del Distretto.
Gli interventi prioritari propedeutici all’evoluzione delle funzioni del Distretto possono identificarsi come:
1. Sviluppare l’Assistenza Primaria (AP).
Tale situazione può tradursi in contatti d’attesa ed episodici con i pazienti, contatti che avvengono prevalentemente per il trattamento di disturbi acuti, configurando una condizione definibile quale “tirannia dell’urgenza”. Ne consegue l’organizzazione di un sistema orientato verso il paziente acuto, che favorisce un atteggiamento di passività e la scarsa informazione dell’assistito cronico. Il Distretto deve diventare sempre più il luogo di governo dell’assistenza primaria attraverso un rapporto più incisivo e integrato
con la medicina generale e la pediatria di libera scelta, adottando l’approccio previsto dal Chronic Care Model.
2. Costruire e diffondere percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (PDTA)
consiste nella strutturazione di percorsi diagnostico terapeutico assistenziali, intesi quali l’insieme organizzato, coerente e coordinato di prestazioni e attività di natura sanitaria e socioassistenziale, erogate per raggiungere un dato obiettivo di salute a fronte di una specifica condizione clinico – assistenziale. Tali percorsi vanno costruiti a livello distrettuale, in collaborazione con il livello ospedaliero, allo scopo di garantire una gestione integrata del paziente. Il Distretto, al riguardo, dovrebbe sviluppare e implementare progressivamente la funzione di “cabina di regia” tra la medicina generale, la pediatria di libera scelta, le strutture specialistiche territoriali, ospedaliere e di assistenza intermedia, attraverso la realizzazione di team pluridisciplinari e multiprofessionali in modo da potere garantire completezza, integrazione e continuità dell’ assistenza.
3. Realizzare l’integrazione sociosanitaria. L’integrazione sociosanitaria può essere intesa come il coordinamento tra interventi di natura sanitaria e sociale, a fronte di bisogni di salute molteplici e complessi, sulla base di progetti assistenziali personalizzati. L’ambito territoriale di riferimento per l’integrazione sociosanitaria è individuato nel Distretto, uno dei principali attori nel rapporto con gli Enti locali. E’ soprattutto nella sfera della cronicità e della non autosufficienza, aree in progressiva crescita, che si richiede una forte integrazione dei servizi sanitari con quelli sociali. Il Distretto, nell’ambito della predisposizione del Programma delle Attività Territoriali e del Piano di Zona, curerà gli aspetti dell’integrazione sociosanitaria al fine di una migliore risposta ai bisogni della popolazione.
4. Migliorare la qualità dell’assistenza alle persone non autosufficienti e sviluppare l’area dell’assistenza intermedia. La qualificazione dei servizi di Assistenza Domiciliare e Residenziale per persone non autosufficienti richiede l’avvio di iniziative programmate quali:
a. l’ulteriore qualificazione del personale attraverso specifici percorsi di formazione, e l’acquisizione di risorse umane anche attraverso la mobilità
interna all’Azienda;
b. l’adozione di procedure standardizzate per la valutazione multidimensionale e il piano di assistenza individuale;
c. il coinvolgimento attivo del Medico di medicina generale nell’intero ciclo di presa in carico e cura del paziente;
d. l’integrazione dei diversi ambiti assistenziali sanitari e sociali. Obiettivo principale resta la permanenza o il rientro della persona al proprio
domicilio o in strutture protette ubicate nel territorio di residenza. l’attivazione di Centri Clinico-Assistenziali Distrettuali (CeCAD), strutture a vocazione multifunzionale e a gestione multiprofessionale, destinate a trattare persone affette da patologie cronico-degenerative in fase non acuta e con esigenze diversificate, che in passato afferivano alla tradizionale degenza ospedaliera.
5. Favorire l’accesso alle cure e all’assistenza Punto Unico di Accesso Integrato Sociosanitario (PUA). Il PUA deve sviluppare una particolare
attenzione verso quelle fasce di popolazione che presentano condizioni sanitarie e/o sociali che possano determinare uno stato di fragilità e/o complessità assistenziale, facilitandone l’accesso unificato alle prestazioni sanitarie, sociosanitarie e sociali, non comprese nell’emergenza. Lo sviluppo dei PUA, integrati con l’Ente Locale, costituisce una delle azioni prioritarie a livello distrettuale in quanto elemento favorente la riduzione delle disuguaglianze nell’accesso ai servizi.
6. Realizzare l’autonomia tecnico-gestionale ed economico-finanziaria Per rendere effettiva e sostanziale la centralità del Distretto (macrostruttura a valenza dipartimentale) nella rete dei servizi sanitari e consentire il pieno svolgimento del ruolo di presa in carico globale dei problemi di salute del cittadino, con particolare riferimento alla promozione della salute, prevenzione e cure primarie, è necessario favorire l’autonomia tecnico-gestionale ed economico finanziaria, così come previsto dal D.Lgs 19 giugno 1999, n. 229
7. Formare e qualificare il personale Il processo di riqualificazione e di potenziamento del territorio presuppone un intervento formativo e di
qualificazione delle professionalità, che deve tradursi in un Piano di formazione aziendale straordinario, collegato agli obiettivi della programmazione sanitaria.
Tale Piano dovrà prevedere, in particolare, specifiche attività formative relativamente al ruolo ed alle funzioni del Direttore di Distretto e all’attivazione di team pluridisciplinari e multiprofessionali per la realizzazione di reti assistenziali nell’ambito della cronicità.
8. Comunicare efficacemente con i cittadini Al fine di favorire una migliore gestione della patologia cronica a livello territoriale e sviluppare iniziative di prevenzione, è necessario promuovere la “formazione sanitaria” del cittadino, in modo da renderlo consapevole sia delle potenzialità che dei limiti degli interventi sanitari che dei comportamenti individuali e collettivi che possono favorire la promozione della salute nella comunità.
9. 9. Misurare e valutare le attività e i risultati E’ necessario strutturare sistemi di indicatori a livello distrettuale, riprendendo alcune esperienze locali sviluppatesi in ambito regionale, sia per quanto attiene al profilo sanitario e sociale di comunità che per misurare e valutare le performance dei servizi territoriali. Infine sono da prevedere percorsi di Audit civico al fine di favorire la valutazione delle attività dei servizi da parte della comunità locale.
10. Promuovere alleanze per migliorare la salute della comunità favorendo alleanze e progetti locali che vedano allearsi più istituzioni e soggetti afferenti ai vari ambiti della comunità.
11. Assicurare la continuità assistenziale e l’integrazione tra ospedale e territorio
Si ritiene necessario definire modalità operative e responsabilità per la presa in carico dei pazienti nel percorso di continuità assistenziale che comprendano:
a. Strutturazione di percorsi Ospedale-Territorio senza soluzioni di continuità facilitando la fase di dimissione ospedaliera eventualmente anche attraverso l’attivazione della funzione PUA, individuando i setting assistenziali post acuti più idonei, dall’affidamento al MMG alla pianificazione di interventi assistenziali residenziali di tipo intermedio (unità di degenza infermieristica) fino alla attivazione di progetti assistenziali domiciliari o residenziali di livello e intensità appropriati.
b. Tracciabilità e bidirezionalità dei percorsi. sono la condivisione di un linguaggio valutativo comune e la condivisione delle informazioni cliniche anche attraverso l’utilizzo delle necessarie tecnologie informatiche e telematiche.

4.5.3 Gerontologia e biogerontologia

“L’anziano deve credere in se stesso, nella sua normalità” (Vergani)
E’ solo cosi’ che possono essere temperate le lacerazioni del tessuto sociale, prodotte dalle nuove malattie come l’Alzheimer.

Identificazione precoce della demenza e dei fattori di rischio

MCI (mild cognitive impairment), ossia l’identificazione precoce della demenza, attraverso criteri definiti da IWG e NIA per le fasi precliniche e prodromiche.
SCD (disturbo soggettivo cognitivo)

La maggior parte dei clinici considera il MCI e il SCD come delle patologie e non come fattori di rischio di demenza. I nuovi criteri implicano l’uso i biomarcatori che non sono ancora validati per l’uso nella pratica clinica corrente. Nonostante l’incerto contesto epidemiologico, appare urgente implementare programmi di sanità pubblica per la prevenzione primaria e secondaria delle demenze, nonchè elaborare una linea guida regionale che supporti il medico nell’identificare tutte le possibili cause di un deterioramento cognitivo in persone che sono prevalentemente in età avanzata, con pluripatologie e politrattamenti farmacologici.

4.5.6 La qualità del servizio assistenziale e riabilitativo nei Centri per disabili ex art .26 nell’ipotesi di un loro utilizzo per tutti i soggetti con necessita’ di inclusione

 

I centri di riabilitazione ex art 26, provenienti dalla L. 833/78, sono unità territoriali che hanno la presa in carico di persone con disabilità, dovute a qualsiasi causa. Nella nostra Regione la quasi totalità di queste strutture sono private organizzati in  una forma giuridicamente definita no-profit, ed operano in regime di accreditamento con il SSR che riconosce una tariffa economica per ogni tipologia di intervento. Per essere accreditati gli Enti privati devono soddisfare importanti requisiti: strutturali, strumentali e di personale dipendente, o in regime di collaborazione professionali, indicati dalla Legge.

Tali configurazioni giuridiche, i Centri di Riabilitazione le RSA, sono parte del III settore, che comprende tutte le realtà imprenditoriali organizzate per rispondere ai bisogni sociali. Vengono utilizzate dalle Istituzioni, attraverso un regime di rapporto convenzionato, per rispondere a specifiche richieste di mercato.

Tali richieste sono individuabili nel bisogno sociale, cioè nella richiesta di intervento a sostegno di specifiche categorie che per necessità, individuali ed economiche, familiari e/o fisiche, non siano più autosufficienti, in maniera reversibile o permanente.

In sintesi, quindi i Centri di Riabilitazione, come altre realtà che offrono servizi sociali differenti, rispondono per tipologia giuridica e per la funzione di intermediazione tra le Istituzioni ed il bisogno sociale, a quello, che in generale viene inteso come Welfare Mix.

Nella regione Lazio come su tutto il territorio nazionale, gli Istituti/Centri di Riabilitazione, erogano prestazioni diversificate in base al tipo di richiesta sociale che nel rispondente territorio di appartenenza è presente:

 

  1. residenziale
  2. degenza diurna
  3. ambulatoriale
  4. extra murale
  5. domiciliare

 

Si è venuto a creare, quindi, uno Stato Sociale Misto dal momento che lo Stato Sociale non è più riuscito a garantire supporto alle categorie indigenti. Si è avuta una integrazione tra Pubblico e Privato per dare una risposta adeguata ala richiesta sociale.

La richiesta sociale coincide sempre con un bisogno e riveste un ruolo di pressione.  Non c’è relazione tra aumento della pressione sociale e aumento del bisogno sociale, mentre la relazione risulta molto evidente tra pressione sociale e mancata risposta delle Istituzioni. Da qui la necessità, da parte delle Istituzioni di demandare il ruolo di risposta ai Privati. Tale mandato non significa sgravio di responsabilità, ma istituzione di un sistema d’integrazione fra Pubblico e Privato, inserita in una programmazione generale definita dal soggetto pubblico.

Questa programmazione non può non prevedere delle regole che sono elemento di garanzia per l’utente e per gli operatori:

  1. Qualità
  2. Standard
  3. Professionalità
  4. Programmazione dei costi
  5. Controlli
  6. Verifica

 

Negli anni si sono succeduti vari quadri legislativi:

  1. L.118/71, L.833/78, L. 104/92, D.Lgt.502/92 L.517/1993,
  2. Linee guida Min.Sanità 5/4/1994,
  3. DPR 14.1.1997 approvazione dell’atto di indirizzo in materia di requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi minimi per l’esercizio delle attività sanitarie da pare di strutture pubbliche e private, Linee guida Min. Sanità 7 maggio 1998,
  4. Delibera del 22 de dicembre 1998 n°7423 sul sistema di remunerazione delle attività di assistenza ospitaliere e di assistenza sanitaria residenziale,
  5. Piano per le attività di riabilitazione del Lazio per il triennio 1998-2000,
  6. Delibera 583 10 maggio 2002 della Regione Lazio per l’attività riabilitativa estensiva e di mantenimento, definizione  cartella riabilitativa, standard attività e di personale e del flusso informativo,
  7. Deliberazione giunta regionale 21 marzo 2003 n.252, recepimento DPR 14 gennaio 1997 n.37.

 

Fino ad arrivare agli sventurati tagli predisposti dal piano di rientro.

Nonostante il quadro legislativo su menzionato abbiamo assistito a una profonda dismogeneità qualitativa dei servizi e disfunzionalità nel rapporto tra Istituzioni e Privati determinando risposte spesso inadeguatamente qualitative al bisogno sociale. Abbiamo assistito ad una dequalificazione, in alcuni casi, delle risposte alle richieste sociali conseguente ad una mancata presa in carico delle Istituzioni delle proprie esponsabilità, una carenza legislativa, una carenza nelle applicazioni contrattuali, un mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’utenza.

Il quadro normativo che regola il sistema sanitario nazionale, a caduta quello regionale, e gli ambienti di lavoro ad esso correlati è in continua evoluzione in ordine a innovazioni tecnologiche, scoperte scientifiche, prevenzione strettamente connesse all’attività assistenziale e riabilitativa.

In tal senso le figure professionali preposte devono costantemente essere aggiornate sui contenuti teorici e normativi sottostanti all’operatività delle loro funzioni.

Le figure professionali agiscono attraverso due sfere: il saper fare e il saper essere.

Il saper fare corrisponde all’aggiornamento delle competenze, l’utilizzo delle nuove metodologie, strumentazioni che la ricerca in questi anni ha fornito al sistema riabilitativo e assistenziale.

Il saper essere corrisponde al modo di avvicinarsi all’altro che è legato alla sensibilità della persona.

Il prendersi cura è suscettibile di carichi fisici ed emotivi che a volte diventa complicato controllare. E’ una relazione ambivalente, è un dare e ricevere continuo che si instaura tra professionista e paziente.

Tutti enunciati condivisibili, ma la scorsa stagione ha visto avvicendarsi in regione una schiera di burocrati, di contabili che hanno varato i decreti commissariali ad acta, creando condizioni di enorme disagio alle strutture convenzionate.

Si sta assistendo, se non si pone una cambio repentino di tendenza, all’idea ma anche nel concreto di un’ utenza non più considerata per le proprie e vere necessità e che porti ad  una presa in carico globale e ad operatori che  rischiano in termine di professionalità, e perché no! in alcuni casi anche il posto di lavoro.

Di conseguenza i centri  hanno centralizzato e concentrato il massimo delle  problematicita’ e di forza lavoro assistenziale , depauperando il settore attivita’.

E’ venuto cosi’ meno il progetto riabilitativo di struttura previsto dalle linee guida nazionali sulla riabilitazione e dai decreti regionali che prevede la partecipazione di tutte le figure professionali al processo riabilitativo.

E’ di conseguenza sempre piu’ difficile realizzare laboratori con la copresenza di varie figure professionali , a causa della necessita’ di presenza nelle residenze degli assistenti e degli educatori.

Dalle camerate ( una volta di giorno vuote) si e’ passati alle camerate piene , con la variante di un soggiorno denso di problematicita’ e centrato sulla vigilanza ; nel contempo cio’ ha avuto una ricaduta negativa sulla possibilita’ di partecipazione e livello di inquadramento ed economico degli assistenti .

Difatti assistiamo sempre più ad un partecipazione fortemente ridotta degli assistenti socio sanitari con funzioni educative o oss ad un percorso di recupero fisico e psichico.

Logica conseguenza la difficoltà di realizzare percorsi di presa in carico globale con la competenze di varie figure professionali, a causa delle necessità di presenza numerica formata da assistenti ed educatori, negli ambienti

In considerazione del pregresso e reiterato blocco delle rette ai Centri di Riabilitazione ex art 26 ed alla loro periodica diminuzione, di riflesso le proprietà in alcuni casi, per fortuna non tutte nel nostro territorio, hanno reagito non onorando i contratti di lavoro specialmente nella parte economica.

A fronte di ciò sono stati sottoscritti contratti di lavoro, per il settore RSA e Centri di Riabilitazione, che riducono ancora di più il potere salariale, programmando una serie di provvedimenti in materia di organizzazione del lavoro che mettono in discussione la qualità del lavoro e di vita di assistiti e operatori, mortificandone i lavoratori. Creando non poca sofferenza,  ignorando quanto sia il peso economico in questo momento di crisi che ricade ulteriormente sulle spalle dei lavoratori. Dobbiamo respingere l’idea che sui lavoratori, sul lavoro si tenti di scaricare i costi della crisi, si diminuiscano i salari e si comprimano i diritti.

Dal primo gennaio di quest’anno, ma già da qualche anno, alle lavoratrici e lavoratori che operano nelle strutture di riabilitazione e nelle RSA è stato modificato il contratto di lavoro. Un contratto che stabilisce di lavorare di più passando da 36 a 38 ore, senza incremento di salario, con meno garanzie nella contrattazione decentrata, meno tutele, meno diritti. Un contratto che gioco forza ha obbligato ad una riorganizzazione, con scelte obbligate, quali l’aumento dei carichi e quindi l’inevitabile peggioramento delle condizioni di lavoro,in un settore delicato dove il lavoro è soprattutto relazione con pazienti in particolari situazioni di disagio e sofferenza.

E ai nuovi assunti, ai giovani, verrà corrisposto un salario inferiore differenziato da chi è già in servizio, a parità di professione e funzione , e anche per loro sono previsti meno diritti e meno tutele.  

Nel corso degli scorsi anni il sistema del welfare e della sanità è stato investito da

una serie di eventi che ne hanno reso evidenti i limiti e le criticità. Un utilizzo distorto di risorse economiche pubbliche.

I provvedimenti di contenimento della spesa  improntati alla logica dei tagli lineari, si sono rilevati dannosi  con effetti che hanno colpito duramente cittadini e lavoratori.

Assistiamo al ricorso della soluzione più facile, quella di cercare di comprimere il costo del lavoro, di scaricare su chi in questi anni ha già duramente pagato e di peggiorare le condizioni di lavoro.

Non bisogna operare con la formulazioni di contratti al ribasso, occorre una forte azione in sinergia tra imprese, istituzione e forze sociali, per salvaguardare la tenuta occupazionale e la qualità dei servizi, costruire le condizioni per arrivare a definire un contratto unico del welfare (?), per rivendicare a parità di lavoro parità di salario.
Servono regole nuove, chiare e trasparenti e maggiori controlli, per disciplinare le modalità con cui si accreditano con il servizio sanitario regionale i soggetti privati, regole che impongano il rispetto dei Ccnl, definiscano i contingenti di personale e le modalità organizzative.

Ecco gli effetti dei decreti regionali adottati per affrontare una questione economica sempre più pesante ponendo in secondo piano o addirittura facendo svanire i concetti di qualità che esigono una professionalizzazione dei lavoratori atta a rispondere appieno alle bisogni di un utenza sempre più esigente.

Ma l’unica preoccupazione dei vecchi burocrati è stata quella di pareggiare i bilanci e poco importa se così facendo si creano gravi disagi alle fasce fragili della cittadinanza e agli operatori.

I decreti regionali in materia rappresentano la mannaia che si è abbattuta sulle persone coinvolte, che siano erogatori di servizio, che siano fruitori.

I  Centri ex art 26 rivestono carattere di eccellenza a livello nazionale nel campo della riabilitazione e dell’assistenza ai portatori di handicap  e centri di riferimento e di rilievo, nella nostra regine per l’intero centro sud; le strutture operano complessivamente con circa 600 dipendenti, solo nel nostro territorio di Roma Nord, con contratto a tempo indeterminato; l’utenza è complessivamente di circa 800 utenti con una tipologia prevalente di disabilità con insufficienza mentale medio – grave e con una parte minore di pazienti con patologie psichiatriche. 

Le professioni attive vanno dal personale ausiliario e cucina, servizi che negli ultimi periodi sono stati esternalizzati, a quello degli educatori/trici, assistenti socio sanitari con funzioni educative, terapisti della riabilitazione, infermieri, amministrativi, psicologi, neuropsichiatri, medici generici, geriatri, taluni anche  con contratto di collaborazione.

Con una serie di decreti commissariali della vecchia giunta, si sta seriamente compromettendo e gravemente le possibilità di riabilitazione dei cittadini, impedendo il ricovero presso i centri in questione, dismettendo attività, con l’assistenza e la riabilitazione sempre meno garantiti.

 

In considerazione del fatto che i requisiti minimi e di emergenza di assistenza e riabilitazione sono divenuti la regola quotidiana di operatività  (con l’evidente rischio di arretramento sia nella qualità del servizio ai cittadini-utenti che nel rapporto lavorativo e di vita degli operatori), la sensazione che se ne ricava è un forte ritorno ad una sistema pseudomanicomiale, un forte arretramento culturale.  

In questo contesto che si inserisce il percorso di formazione professionale della figura OSS a seguito dell’applicazione del Decreto del Presidente della Regione in qualità di Commissario ad acta  n. 90 del 10/11/2010 e del Decreto del Presidente della Regione in qualità di Commissario ad acta n. 8 del 10/2/2011. I decreti prevedono, tra i requisiti organizzativi vincolanti per le autorizzazioni e accreditamento delle strutture sanitarie pubbliche e private, la presenza di OSS nelle attività di assistenza.

Figura  sostituibile per un periodo di 3 anni da personale con qualifiche diverse sempre finalizzate all’assistenza ( OTA, ADEST, Ausiliari specializzati).

Di contro troviamo le strutture private accreditate che in alcuni casi stanno  procedendo a dichiarare in esubero il personale mancante della qualifica di OSS e alla sua sostituzione con personale qualificato nuovo. Nei fatti i processi di riqualificazione, assenti nell’offerta formativa della Regione, hanno prodotto un ricatto insostenibile sui lavoratori che oggi vengono chiamati a riqualificarsi a spese loro, pena il licenziamento.

E’ opportuno rivedere i percorsi di qualificazione del personale; rivedere i  provvedimenti che trasformano i “centri semiresidenziali di riabilitazione ex articolo 26” in “centri semiresidenziali per persone con disabilità SD4 e SD5”; rivedere i provvedimenti che trasformano i “centri residenziali di riabilitazione ex articolo 26”  in “residenze protette per persone con disabilità RD4 e RD5”; di revocare i provvedimenti di tagli ai tetti di spesa operati dal 2001; di non consentire che il patrimonio umano, professionale e culturale degli operatori sia disperso; di sostenere la volontà collettiva di massima tutela delle persone con disabilità. Di riconsiderare la compartecipazione delle famiglie o comunque di rivederla in termini più equi.

Infine ci sentiamo il dovere di proporre la costituzione di un osservatorio, che vede la partecipazione dei vari attori qui presente,  sulla tematica della qualità dei servizi nei nostri centri che periodicamente rilevi dati statistici, proposte in merito così da poter rappresentare un interlocutore dialogante della pubblica amministrazione.



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